5 Comments Una di stagione: l'improvviso aumento delle temperature, seguito ad una primavera sinora fredda, crea le tradizionali situazioni di neve e ghiaccio in fusione su grandi superfici (in questo caso, un prato). Un'altra differenza tra temperature, ma stavolta quelle cromatiche tra le betulle illuminate dal sole e la neve superstite, che dall'ombra riflette il cielo sereno, contribuisce a creare un'immagine d'effetto (anche se non dovrei essere io a dirlo). Come un periscopio issato per capire se la primavera sia all'orizzonte, uno sterpo emerge dalle onde del mare di neve. È stato un inverno decisamente mite, il che mi ha impedito di fotografare ulteriori magici paesaggi, causa l’assenza di quei fenomeni estremi così esotici e fotogenici. Durante il fine settimana appena passato, tuttavia, un furioso blizzard ha imperversato per due giorni filati, con raffiche a 90 km/h miste a neve ghiacciata. Una prova durissima per i piccoli uccelli che passano l’inverno qui intorno. Il giorno successivo ho trovato un organetto sulla mangiatoia, a qualche centimetro dalla finestra della mia cucina (tradizionale location per le mangiatoie svedesi: così si mangia tutti assieme, uomini e uccelli). Statico, col piumaggio gonfio come di solito è quello degli uccelli che manifestano problemi; una povera cosa, che è rimasta sul posto, passivamente appollaiata in un canto, schiacciata contro la struttura, ogni tanto becchettando qualche seme (mica stupida l’idea di ripararsi su un intero serbatoio di cibo...). Ho temuto il peggio, combattuto tra la voglia di intervenire e il principio di non interferenza (il dilemma classico di chiunque vibri di empatia per gli animali). A notte inoltrata, l’organetto era ancora lì, e davo per scontato di doverlo raccogliere dalla neve, la mattina successiva; evidentemente, però, la cura a semi e riposo ha avuto esito positivo: l’indomani nessuna traccia dell’uccello. Una di quelle rare occasioni in cui sono contento di NON vedere un animale. "Il sole e la foresta, quando vien nebbia fan festa". Un "vecchio adagio"... appena coniato dal sottoscritto :) È un periodo in cui sono molto impegnato, e non riesco a scrivere molto di più accanto alle foto delle Cronache (per fortuna, penseranno molti). Come il primo Picasso, anche il cielo del Nord ha i suoi periodi rosa e blu… però simultaneamente. Quando l’inverno è più profondo e le giornate più corte, può capitare che l’orizzonte al tramonto (e, attenzione, sul lato opposto di dove il sole cala) si colori di due fasce contigue e distinte, rispettivamente rosa e blu. È una manifestazione che ho incontrato solo a queste latitudini e più a nord, alle quali ormai la associo come l’aurora, i 30 gradi sotto zero, i merli acquaioli tra i ghiacci e tutti gli altri prodotti caratteristici di questo straordinario mondo in bianco. Minimalismo: credo che l’immagine parli da sola, da questo punto di vista. Amo questo genere di fotografie: trovo affascinante il modo in cui incrementano le suggestioni diminuendo gli elementi, il contrario di quello che uno tende a pensare. Quanto al mistero… al momento dello scatto non era ancora emerso: la scena mi appariva scontata, una piccola pianta che spuntava dalla neve, come ne ho viste migliaia. Solo successivamente, mentre percorrevo il sentiero di ritorno, l’anomalia mi colpiva in tutta la sua stranezza; forse questo è il momento di aggiungere che la foto è stata scattata lungo il corso di un torrente innevato. Anzi: sopra il corso di un torrente innevato, con settanta centimetri di neve tra il fotografo e l’acqua/suolo. Come poteva una minuscola piantina esistere al culmine di un tale spessore di neve? Magari un masso affiorante proprio in quel punto? Ma cosa cresce sul cocuzzolo di un macigno? E se non cresceva su un rilievo, come mai si trovava sopra allo spesso strato di neve, e non sotto, come si suppone facciano tutte le piantine alte, come questa, una decina di centimetri? La soluzione è arrivata solo una volta a casa, quando ho avuto la foto sullo schermo; come tutte le soluzioni, è banale, quando la conosci: non di una piantina si trattava, infatti, ma dell’infiorescenza rinsecchita di un'Angelica, pianta che vive lungo i torrenti e che arriva a dimensioni ragguardevoli, in questo caso sufficienti a far svettare il fiore fuori dalla neve (e avrei dovuto saperlo). La bianca coltre si era fermata esattamente nel punto adatto per dare al fiore l’aspetto di una piantina autonoma, e ingannare così la mente, sempre (troppo) pronta a ricorrere a categorie preconfezionate per interpretare ciò che vede. Il mistero svanisce, ma la singolare circostanza resta. |






















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